Come te stesso (Mt 22,34-40)

“Ama il prossimo tuo come te stesso”… queste parole ci colpiscono e ritornano come una provocazione, come a domandarci: ma tu ami il prossimo tuo? Come lo ami? Quando? Quando lo programmi o anche quando non hai tempo o voglia? Il prossimo non prende appuntamento, non lo scegli, semplicemente ti è prossimo talvolta inaspettatamente talvolta ordinariamente “vicino”. Il Signore ci chiama ad amare nella costanza della quotidianità e nelle occasioni impreviste che sconvolgono i nostri programmi. Mentre riflettiamo sulla Parola di oggi ci tornano alla mente i volti di quanti ogni giorno si fanno vicini e ci amano: che gioia l’invito di quell’amico proprio quando ne avevamo bisogno, il sorriso e la parola gentile di uno sconosciuto, la telefonata di conforto di chi ha condiviso un pezzo di strada con noi, l’abbraccio dei figli quando rientriamo da una giornata di lavoro, lo sguardo di affetto di un genitore, la condivisione con un fratello di fatiche vecchie e nuove ma anche di sogni e progetti, l’attenzione di quel collega, la pazienza di chi ti aspetta a casa pronto ad accoglierti con una carezza ed un bacio, … Dio si serve dei fratelli per rendere concreto il Suo amore per noi. Ci sembra allora di poter parafrasare così le parole del Vangelo “Affidati al Signore con tutto il cuore , con tutta l’anima, con tutta la mente ed Ama il prossimo tuo come tu stesso sei amato, accolto, consolato, compreso, sostenuto, accompagnato”. Acquistano così un senso nuovo anche la prima e la seconda lettura che parlano di bisogni molto umani e di esempi che insegnano la via da percorrere anche oggi con gioia e fiducia. Marta e Valentino

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La Parola fatta in casa

Se due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” Mt.18,20 Quando avevo dieci anni, vista la mia timidezza, la mamma pensò bene di farmi prendere lezioni di chitarra. E fu veramente un’ottima idea. Provando e riprovando imparai a strimpellare e questa abilità mi aiutò ad entrare in contatto con ciò che avevo nel cuore, pensieri ed emozioni che diversamente non osavano esprimersi. Ma c’era una cosa che proprio non riuscivo a fare: accordare la chitarra. Col tempo e l’utilizzo, le corde si allentano … non parliamo poi di quando se ne rompe una e bisogna cambiarla: ci vuole tempo prima che si adatti alla nuova tensione e ogni giorno bisogna tenderla di nuovo. Avevo imparato la tecnica di accordatura e cercavo di allenare l’orecchio per riconoscere i suoni e farli coincidere … ma il risultato non era mai all’altezza dell’impegno profuso e non appena mi veniva a tiro qualcuno più esperto lo pregavo di metterci mano per sistemarla. Un giorno feci una scoperta incredibile! Riuscivo a capire quando due corde emettevano la stessa nota, non tanto ascoltando il suono prodotto, ma piuttosto perché entravano in risonanza … in pratica se pizzicavo un RE e la corda vicina era tesa in modo da corrispondere ad un RE questa si metteva a vibrare senza averla toccata! Miracolo! “… se due di voi sulla terra si accorderanno per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.” Padre, com’è difficile per noi accordarci … anche solo in due! Tu ci hai fatti in modo da entrare in risonanza l’uno con l’altro, vibrare insieme, come le corde della chitarra. Ma noi, lontani da Te, abbiamo perso “l’orecchio” … spesso non riconosciamo le frequenze di Vita e finiamo per produrre rumori di guerra, di morte. E invece di propagare le prime diffondiamo i secondi … a cominciare proprio da chi ci è più vicino, da quelli che ci stanno più a cuore! Abbiamo bisogno di Te, abbiamo bisogno che sia la Tua amorevole mano esperta a tenderci. Abbiamo bisogno di imparare dalla docilità di tuo Figlio Gesù. Allora ciò che chiederemo non potrà che essere “in risonanza” con i Tuoi desideri. E Tu ce lo concederai. Orietta Mancini

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Il gruppo c’è… e si vede!

Spente le luci di piazza S. Fidenzio, mi sono fermato a guardare quegli spazi che per due settimane sono stati pacificamente occupati da un chiassoso e colorato esercito, capace di incuriosire anche il più frettoloso passante: con in spalla lo zainetto colmo delle raccomandazioni della mamma, al seguito di bandiere colorate di gioia e armati di voglia di divertirsi, centinaia di ragazzi con i loro animatori hanno riempito questo scampolo di vacanze estive. Mi è venuta nostalgia e sarei tornato volentieri ragazzino per ritrovare quella immediatezza che non ha prezzo, la voglia di stare insieme che un po’, noi grandi, abbiamo perduto o sostituito con tante altre cose. Mentre i nostri figli ritornano a scuola per imparare ad affrontare la vita e le sue sfide, noi genitori ed educatori faremmo bene a riscoprire da loro il segreto di una vita bella e piena di senso: quella dove il noi viene prima dell’io, dove il fare le cose insieme, non solo non toglie nulla al singolo, ma anzi lo fa emergere e ne valorizza tutte le qualità, anche quelle da lui stesso sconosciute. Questa visione divina della realtà non è poi così utopistica e poter vivere una vita buona che profuma di vangelo non è poi così impossibile anche per noi adulti. Una magia che non vogliamo duri solo due settimane o al massimo una stagione della vita, ma che sia per tutta la vita.

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La bici del parroco

“Prima o poi sparirà”, – aveva sentenziato un saggio parrocchiano, qualche tempo fa. Parlava di una rossa diciassettenne ed emancipata, tuttavia non si riferiva a un’adolescente irrequieta e desiderosa di scoprire il mondo, ma più semplicemente della bicicletta del parroco che, standosene parcheggiata sotto il portico, prima o poi avrebbe preso altre strade, è proprio il caso di dirlo, tutt’altro che “canoniche”. Mi era stata regalata nel 1999 come “buona uscita” del settennale servizio in parrocchia. Dovendo passare dalla campagna alla città, mi fu spiegato, dovevo attrezzarmi di una “city bike”. E così cominciò il nostro rapporto, non facile all’inizio, come avviene sempre tra sconosciuti. Ma con il tempo e la frequentazione, oltre al fatto che uno era utile all’altro, il nostro divenne un rapporto stretto e quasi intimo. Talvolta qualcuno la usava, ma si rendeva conto presto che la “rossa” non gli dava più di tanto confidenza. Mi seguì, dopo un anno vissuto in città, fino in Valbrenta, tra l’altopiano di Asiago e il massiccio del Grappa. Si capì subito che non era abituata ai dislivelli, ma si adattò benissimo. L’aria fresca e il paesaggio riposante l’aiutarono a vincere presto la nostalgia della pianura. Si abituò così a vivere libera, senza catene, tranquilla e protetta dal fatto che era, comunque, la bici del parroco. E non la spaventò affatto qualche ruzzolone pericoloso che avrebbe potuto fermarla per sempre. Il paesaggio, sempre bello e nuovo; la gente, all’inizio chiusa, ma sempre accogliente; i ritmi faticosi ma non massacranti, “a misura di bici”, insomma; la premura di qualcuno nel mantenerla sempre efficiente …. Tutto questo l’aveva resa una bici felice, tanto che neppure si ricordava più di essere nata city bike. Un giorno, però, venne caricata in un furgone e lasciata alla periferia di quella città che aveva conosciuto anni prima. All’inizio ne fu quasi felice: avrebbe rivisto posti conosciuti, sarebbe stata considerata una “signora” bici. Tante opportunità, emancipazione assicurata, prestigio e chissà quante cose nuove. E così fu, in realtà. Ben presto conobbe tanta gente, impegni sempre più esigenti e stimolanti, insomma una vita più frenetica e moderna. Ogni tanto si fermava con nostalgia a ripensare ai ritmi tranquilli e appaganti della Valle, ma l’ennesima chiamata subito la risvegliava a rimettersi subito in strada. Ma non aveva fatto i conti con i pericoli della città e della vita moderna. Da qualche giorno si aggirava gente strana, dentro e fuori gli ambienti parrocchiali. E così la “profezia” del previdente collaboratore inesorabilmente si avverò: la BICI DEL PARROCO SE NE ANDO’. Volontariamente o per costrizione, non è dato di sapere. Ormai sono passati diversi giorni da quando della rossa a due ruote non si hanno più notizie. Temo che non sia stata una disperata voglia di evasione in cerca del fascino dell’ignoto. Semplicemente si tratta delle abili mani dei “soliti ignoti”. Alla cara amica di tante avventure non mi resta che augurare buone nuove corse e a me il doloroso compito di rompere il salvadanaio per cercarmi una nuova compagna di strada.…

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Perchè gridi?

Un giorno un maestro fece una domanda ai suoi discepoli: “Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”. “Gridano perché perdono la calma”, rispose uno di loro. “Ma perché gridare, se la persona sta al suo lato?”, chiese nuovamente il maestro. “Forse gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti”, replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: “Allora non è possibile parlarsi a voce bassa?”. Varie altre risposte furono date ma nessuna sembrava convincente. Allora il maestro esclamò: “Voi sapete perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che, quando due persone sono arrabbiate, i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro. D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E, quando l’amore è più intenso, non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E’ questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano!”. Infine il saggio concluse: “Quando voi discutete, non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare”.

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La forza del Discepolo è la Parola

L’inquietudine attivistica del gruppo dei discepoli, che non vuol riconoscere limiti alla propria operatività, e lo zelo che non tiene conto della resistenza, scambiano la parola del vangelo con un’idea capace di imporsi. L’idea esige dei fanatici, che non conoscono e non badano ad alcuna resistenza. L’idea è forte. La parola di Dio invece è così debole da lasciarsi disprezzare e respingere dagli uomini. Per la parola ci sono cuori induriti e porte chiuse; la parola prende atto della resistenza che incontra, e la patisce. È duro a riconoscersi: per l’idea non c’è niente di impossibile, per il vangelo ci sono invece cose impossibili. La parola è più debole dell’idea. Per cui anche i testimoni della parola nel portare questa parola sono più deboli dei propagandisti di un’idea. Ma in questa debolezza sono liberi dall’inquietudine morbosa dei fanatici, essi patiscono appunto assieme alla parola. I discepoli possono anche cedere, fuggire, purché cedano e fuggano solo con la parola, purché la loro debolezza sia la debolezza della parola stessa, purché essi, nella loro fuga, non abbandonino la parola. Essi, infatti, non sono altro che servitori e strumenti della parola e non vogliono essere forti, là dove la parola vuole essere debole. Se volessero imporre al mondo la parola con qualsiasi mezzo, a qualsiasi condizione, trasformerebbero la parola viva di Dio in idea, e a buon diritto il mondo si difenderebbe da un’idea che non può giovarli. Ma proprio nella loro debole testimonianza, essi sono tra coloro che non cedono, che mantengono le posizioni – naturalmente, solo là dove c’è la parola. I discepoli che non si rendessero conto affatto di questa debolezza della parola, non riconoscerebbero il mistero dell’abbassamento di Dio. Questa debole parola, che è capace di patire l’opposizione dei peccatori, è in effetti la sola parola forte e misericordiosa, che converte i peccatori nella profondità del cuore. La sua forza è nascosta nella debolezza; se la parola si presentasse scopertamente nella sua forza si avrebbe il giudizio finale. È un grande compito di cui viene fatto carico ai discepoli, quello di riconoscere i limiti del loro incarico.

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Pregate per non entrare in tentazione

Gesù nei momenti più significativi della sua vita prega Nemmeno lui si sottrae a questa “fatica” ma vi si immerge completamente; la maggior parte delle volte si ritira in un luogo in disparte, solo, e vi rimane. Nel momento più drammatico e decisivo della sua Passione, chiede ai suoi discepoli di pregare e lui stesso, poi, prega. Sant’Agostino commentando questo versetto afferma: «Che vuol dire: entrare nella tentazione, se non uscire dalla fede? La tentazione infatti progredisce nella misura che la fede regredisce e così viceversa». La tentazione non esclude la prova, ma la fede nell’affrontarla. Nella vita, prima o poi, ci si imbatte in una prova. Soprattutto quelle più dure e dolorose mettono in seria discussione la fede stessa; la grande e facile tentazione è quella di pensare che nulla abbia più senso e che la vita è persino inutile. Che fare? Che dire? Ricordo che una volta un uomo, provato fortemente, mi disse così: «Lei certo, padre, mi dirà di pregare. Ma la mia fede, in questo momento, non so dove sia … So solo che lo farò, ancora una volta. Non come rimedio per sistemare le cose, ma come capacità di stare nella realtà, bella e brutta, della vita». + Claudio Cipolla, vescovo di Padova

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La porta del paradiso

Un uomo andò in paradiso. Appena giunto alla porta coperta di perle incontrò S. Pietro che gli disse: “Ci vogliono 1.000 punti per essere ammessi. Le buone opere da te compiute determineranno i tuoi punti”. L’uomo rispose: “A parte le poche volte in cui ero ammalato, ho ascoltato la Messa ed ho cantato nel coro”. “Quello fa 50 punti”, disse San Pietro. “Ho sempre messo una bella sommetta nel piatto dell’elemosina che il sacrestano metteva davanti a me durante la Messa”. “Quello vale 25 punti”, disse San Pietro. Il pover’uomo, vedendo che aveva solo 75 punti, cominciò a disperarsi. “La domenica ho fatto scuola di Catechismo – disse – e mi pare che sia una bella opera per Iddio”. “Sì – disse san Pietro – e quello fa altri 25 punti”. L’uomo ammutolì, poi aggiunse: “Se andiamo avanti così, sarà solo la Grazia di Dio che mi darà accesso al paradiso”. San Pietro sorrise: “Quello fa 900 punti. Entra pure”. Entriamo sempre per la PORTA SANTA della MISERICORDIA di DIO

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Solo l’amore può

Era una mattinata movimentata. Un anziano gentiluomo sull’ottantina arrivò per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice. Diceva di avere molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9. Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che comunque sarebbe passata più di un’ora prima che qualcuno potesse visitarlo. Lo vedevo guardare continuamente l’orologio e così decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita. Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita. Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico, dato che andava così di fretta. L’anziano mi rispose che doveva recarsi alla casa di cura per far colazione con sua moglie. Mi informai della sua salute e lui mi raccontò che era affetta dall’Alzheimer da parecchio tempo. Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po’ tardi. Lui mi rispose che lei non lo riconosceva già da 5 anni. Ne fui sorpreso, e quasi sfrontatamente gli chiesi: “E va ancora ogni mattina a trovarla anche se sua moglie non la riconosce?”. L’uomo sorrise dicendo: “Mia moglie non sa più chi sono, ma io so ancora perfettamente chi è lei per me”. Dovetti trattenere le lacrime… Avevo la pelle d’oca e pensai: “Questo è il genere di amore che vorrei nella mia vita”.

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Tentar non nuoce

Come il buon soldato non ha paura di combattere, così il buon cristiano non deve aver paura della tentazione. Tutti i soldati sono bravi quando sono all’interno della loro guarnigione: è sul campo di battaglia che si nota la differenza tra i coraggiosi e i vili. La più grande delle tentazioni è di non averne alcuna. Si potrebbe arrivare a dire che bisogna essere contenti di avere delle tentazioni: è il momento del raccolto spirituale, durante il quale facciamo provviste per il cielo. E’ come nel tempo della mietitura: ci si leva di buon mattino, ci si dà un gran daffare, ma non ci si lamenta, perché si raccoglie molto. Il demonio tenta solamente le anime che vogliono uscire da una situazione di peccato e quelle che sono in stato di grazia. Le altre gli appartengono già: non ha alcun bisogno di tentarle. Se fossimo profondamente compresi della santa presenza di Dio, sarebbe molto facile per noi resistere al nemico. Sarebbe sufficiente il pensiero “Dio ti vede!” per non peccare mai. C’era una santa che, dopo esser stata tentata, si lamentava con il Signore dicendogli: «Dov’eri dunque, amatissimo Gesù, durante quella tremenda tempesta?». E il Signore: «Ero al centro del tuo cuore e mi rallegravo di vederti combattere». S. Giovanni Maria Vianney (Curato d’Ars)

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