“I miei occhi hanno visto” (Lc 2,30)

Quanto faticoso è sentirsi veramente soddisfatti in questo nostro tempo, spinti sempre più verso la competitività, l’efficienza e il mai sazio aggiornamento tecnologico? Quante volte ci capita di sentirci frustrati, scoraggiati, inutilmente spremuti se non raggiungiamo l’obiettivo cui ambivamo, il riconoscimento che speravamo, il superamento dei problemi che agitano la nostra vita dentro e fuori le mura domestiche? Quante volte ci fermiamo ancor prima di partire, perché la strada ci sembra troppo erta? Sembra di sentir riecheggiare il lamento di Abramo: “Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli…” Com’è rasserenante sentire dal Vangelo di oggi che la famiglia è cantiere di santità non perché ha compreso in un baleno il sogno di pienezza di Dio e di conseguenza viene esentata dalle tribolazioni quotidiane, ma perché, pur immersa in queste tribolazioni, affronta il duplice movimento dell’uscire verso il tempio e rientrare nell’intimità di casa: in questo uscire e rientrare, avviene l’incontro con persone “mosse dallo Spirito” e per questo capaci di parole rigeneranti. Ed ecco Maria e Giuseppe che, mentre ancora cercano di rimettere insieme i pezzi di un progetto di vita rivoltato come un calzino, non cedono all’impazienza, ma continuano a fidarsi di un Dio che dispiega il suo progetto d’Amore su una scala di tempi che non è la nostra: compiono i riti prescritti dalla Legge e tornano a casa carichi di ulteriore stupore, per l’incontro con Simeone e Anna. Forse le parole dei due anziani hanno fatto breccia nel cuore della giovane coppia (e possono farlo nel nostro) perché sono quelle di persone che hanno intuito come la vita non sia realizzazione di un risultato (magari meglio se previsto e pianificato efficientemente) ma attesa di un compimento, del quale è sufficiente vedere un germoglio per sentirsi gioiosamente sopraffatti da un disegno di salvezza che supera ogni umana capacità di calcolo. Se ci liberiamo dalla pretesa di dosare il nostro donarci nella vita in funzione dell’esito tangibile che ci aspettiamo di cogliere, allora impareremo a gustare la soddisfazione della vera fecondità, quella che si compie “nel tempo che Dio ha fissato”. Chiara e Federico

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Uno solo è la nostra guida (Mt 23,1-12)

E’ proprio vero: ancora oggi, nella nostra società, regna sovrana l’ipocrisia di chi parla, ma non fa. Anche noi a volte, come coppia e famiglia, non sempre siamo coerenti … Ma ci è chiaro che, con la preghiera e tanta umiltà, l’aver scelto LUI, l’unica guida, il CRISTO, sia la strada che porta alla gioia VERA. Paola e Roberto

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Come te stesso (Mt 22,34-40)

“Ama il prossimo tuo come te stesso”… queste parole ci colpiscono e ritornano come una provocazione, come a domandarci: ma tu ami il prossimo tuo? Come lo ami? Quando? Quando lo programmi o anche quando non hai tempo o voglia? Il prossimo non prende appuntamento, non lo scegli, semplicemente ti è prossimo talvolta inaspettatamente talvolta ordinariamente “vicino”. Il Signore ci chiama ad amare nella costanza della quotidianità e nelle occasioni impreviste che sconvolgono i nostri programmi. Mentre riflettiamo sulla Parola di oggi ci tornano alla mente i volti di quanti ogni giorno si fanno vicini e ci amano: che gioia l’invito di quell’amico proprio quando ne avevamo bisogno, il sorriso e la parola gentile di uno sconosciuto, la telefonata di conforto di chi ha condiviso un pezzo di strada con noi, l’abbraccio dei figli quando rientriamo da una giornata di lavoro, lo sguardo di affetto di un genitore, la condivisione con un fratello di fatiche vecchie e nuove ma anche di sogni e progetti, l’attenzione di quel collega, la pazienza di chi ti aspetta a casa pronto ad accoglierti con una carezza ed un bacio, … Dio si serve dei fratelli per rendere concreto il Suo amore per noi. Ci sembra allora di poter parafrasare così le parole del Vangelo “Affidati al Signore con tutto il cuore , con tutta l’anima, con tutta la mente ed Ama il prossimo tuo come tu stesso sei amato, accolto, consolato, compreso, sostenuto, accompagnato”. Acquistano così un senso nuovo anche la prima e la seconda lettura che parlano di bisogni molto umani e di esempi che insegnano la via da percorrere anche oggi con gioia e fiducia. Marta e Valentino

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Ciò che è di Dio (Mt 22,15-22)

Nella parola di questa domenica ci colpisce innanzitutto la prima lettura quando il Signore rassicura che ci rende pronti all’azione anche se non lo conosciamo. Quante volte siamo chiamati a prendere decisioni al lavoro, a rassicurare i figli, a venirci incontro come sposi … e Lui è già lì … pronto a darci la forza necessaria anzi a farsi riconoscere come ”il solo”. Quando ci fidiamo di Dio davvero nessun portone rimarrà chiuso! Di qui al Vangelo ci pare di cogliere un altro elemento di continuità e di attualità per la vita di ogni giorno. È come se la domanda dei farisei mettesse anche noi di fronte alla scelta tra le incombenze materiali importanti e necessarie, ma pur sempre piccole come monete, e l’affidarsi a Dio. Gesù ci insegna che questo è un falso problema: sempre più ci rende consapevoli che dobbiamo seguire ciò che è giusto e prescritto dalle regole della società civile, senza però farci prendere dall’ansia o dall’assolutizzazione. Ci insegna a valutare le cose umane nella giusta prospettiva, in cospetto alle ”cose di Dio”. Rallegriamoci allora, come San Paolo nella seconda lettura, perché sappiamo che innanzitutto siamo stati scelti da lui e con questa gioia interiore andiamo avanti. Domenico e Lucia

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La parola fatta in casa

Ecco ho preparato il mio pranzo… tutto è pronto (Mt 22,1-14) Quante volte ho detto questa frase aspettando gli ospiti invitatati per una occasione speciale o per un pranzo domenicale. In modo particolare quando sono i figli con le fidanzate a venire a pranzo! È particolarmente incisivo quel “ho preparato”. Nella nostra casa spesso prepariamo pranzi per amici o famigliari e allora siamo tutti mobilitati: io mi occupo del cibo, e il menù non è mai improvvisato ma pensato e studiato meticolosamente, tutte le pietanze vengono ben confezionate in modo che anche la vista possa godere della bellezza oltre che il palato della bontà del piatto; mio marito si occupa del vino e nostra figlia della tavola, che viene particolarmente curata, dalle posate alle stoviglie, il tutto adeguato al menù previsto. Ci piace curare anche i particolari, un fiore, una candela, un centrotavola originale, e tanta gioia. L’accoglienza l’amore la condivisione passano anche attraverso la cura e l’attenzione. “Tutto è pronto, venite!” è un dono che ci precede, così come quando accogliamo i nostri ospiti in casa. Il pranzo il banchetto sono un’offerta di gioia, di solarità, è un tratto di vita bella, buona. Il Regno di Dio porta con se la gioia di vivere, il godimento di esistere. Certo c’è la fatica, l’impegno, il tempo dedicato, il servizio, ma poi c’è anche la soddisfazione di aver visto lo stupore e la felicità sui volti dei nostri cari. È gustare la vita. Forse è proprio questo che Dio ci chiede di trovare il tempo per godere di Lui e di tutte le cose buone che Egli ha preparato per noi, per non sprecare tutta la bontà e la bellezza che ha posto sul nostro cammino. Una famiglia

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La parola fatta in casa

Io ho scelto voi perchè portiate frutto (Mt 21,33-43) Nella nostra vita di coppia e di famiglia capita che ci sentiamo padroni del Regno; siamo talmente immersi nel problema di coppia, dei figli o di lavoro che con ingratitudine non consideriamo i frutti che Lui ci offre per vivere Felici. Questa parabola ci riporta alla Verità: “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo”… Guardandoci negli occhi siamo consapevoli di poter scegliere ogni giorno di produrre i frutti, ricordandoci che Dio è Padre Misericordioso che ci porta sempre nel cuore. Erica e Paolo

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La parola fatta in casa

In quale figlio mi ritrovo? (Mt 21,28-32) Il Vangelo di questa domenica ci offre una bella immagine del vissuto familiare. Il padre chiede ai suoi due figli di aiutarlo, di collaborare e curare la vite. Ma non ottiene risposte rassicuranti E’ una immagine che accade e che viviamo spesso anche nelle nostre case: il rifiuto all’obbedienza e all’ascolto spesso provocano amarezza e sofferenza. Quante volte ci siamo trovati come genitori, come nonni, a sentirci dire “Non posso, non ho voglia, non ho tempo, lo farò” e a gestire tali situazioni sentendoci talvolta impotenti e perdenti. Ciò che stupisce di questa parabola è il comportamento del Padre che non si scoraggia, ma attende. Il Padre ha fiducia sempre, in ogni uomo, sia esso peccatore o meno, nonostante i nostri errori e ritardi nel dire “si”. Dio crede in noi, sempre. Allora posso anch’io cominciare la mia conversione verso un Dio che non è dovere, ma amore e libertà.

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La Parola fatta in casa

Gesù ribalta la nostra giustizia (Mt 20, 1-16) Per fortuna non è ancora stata inventata un’applicazione da scaricare sul telefonino per la lettura del pensiero! Se per assurdo si potesse fare, si troverebbero pensieri giudicanti, pensieri negativi e positivi, riguardanti persone, cose, situazioni. Quanto liberante è invece sapere che il pensiero di Dio non ha niente a che fare con il pensiero umano. Certo ci piacerebbe sapere cosa pensa di noi. Però potremmo chiederci: Ho risposto alla chiamata di prendermi cura della sua vigna in qualsiasi periodo della mia vita? Ho lavorato con gratuità o mi aspetto sempre e comunque una ricompensa? La Parola di questa domenica è davvero sconvolgente. Ci vengono alla memoria i giorni di settembre nei quali, da adolescenti, per racimolare qualche soldino, andavamo a vendemmiare e non vedevamo l’ora di essere chiamati dal padrone del campo per avere la nostra giusta ricompensa, in base alle ore lavorate. Oggi questo concetto che tutti definiamo “di giustizia” viene ribaltato. Nasce il sospetto che il padrone della vigna non assuma operai per le necessità della sua azienda, ma lo faccia perché nessuno ha pensato agli ultimi chiamati, non per il suo ma per il loro interesse ed i loro bisogni. Sembra la trasgressione delle regole dell’economia. Il padrone paga per primi gli ultimi arrivati, senza però venire meno a ciò che aveva pattuito con i primi. Quanto potrebbe aprirci il cuore pensare a un Dio che è bontà senza perché,che sa ancora saziarci di sorprese. Per noi la giustizia umana è dare a ciascuno il suo, quella di Dio è dare a ciascuno il meglio. L’uomo ragiona per equivalenza, Dio per eccedenza e questo ci auguriamo possa essere sempre motivo di speranza che evidenzia ciò che più conta: l’amore. Filippo e Barbara

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La Parola fatta in casa

Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” (Mt 18, 33) Quanto è difficile sopportare quel collega così indisponente e sicuro di sé! Ieri sera ci siamo ritrovati in compagnia e quel nostro amico ha ricordato, ancora una volta, quella figuraccia che abbiamo fatto un anno fa. Era proprio necessario? Certi torti che ci sembra di subire, anche se sono insignificanti, ci fanno indispettire, ci tolgono il buonumore. Perché ci arrabbiamo e non riusciamo a sopportare i torti subiti? Perché è così difficile perdonare? Leggendo il Vangelo di questa domenica abbiamo provato ad individuare il personaggio nel quale ci identifichiamo. In certi momenti veniamo trattati come il compagno che il servo strapazza senza pietà. Infatti, quando facciamo qualche errore veniamo trattati con cattiveria e dobbiamo pagare senza sconti. Di sicuro non pensiamo, neppure lontanamente, di somigliare al servo a cui il padrone condona il debito. Ad essere sinceri, come il servo del Vangelo noi facciamo fatica a renderci conto di tutta la compassione che Dio ha per noi, nonostante tutte le nostre miserie e le nostre infedeltà. Noi siamo convinti che tutto quello che abbiamo ricevuto non sia un dono ma merito nostro. Quindi, quando riteniamo di avere ragione, pretendiamo “giustizia” , non rientra nella nostra logica avere pietà del compagno. Per imparare a perdonare dobbiamo prima far crescere in noi la riconoscenza che ci fa dire un grazie così grande da scavalcare ogni torto subito. Francesco e Maria

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Perchè gridi?

Un giorno un maestro fece una domanda ai suoi discepoli: “Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”. “Gridano perché perdono la calma”, rispose uno di loro. “Ma perché gridare, se la persona sta al suo lato?”, chiese nuovamente il maestro. “Forse gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti”, replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: “Allora non è possibile parlarsi a voce bassa?”. Varie altre risposte furono date ma nessuna sembrava convincente. Allora il maestro esclamò: “Voi sapete perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che, quando due persone sono arrabbiate, i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro. D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E, quando l’amore è più intenso, non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E’ questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano!”. Infine il saggio concluse: “Quando voi discutete, non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare”.

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